Che fine ha fatto il barefooting? Le conseguenze del minimalismo nel running

Che fine ha fatto il barefooting? Le conseguenze del minimalismo nel running

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Il barefooting pare sia ormai volto al tramonto: rimane molto poco degli insegnamenti del suo fondatore Christopher McDougall. Ma qual è l’eredità di questa filosofia di corsa?

Del famoso best seller “Born to Run”, pubblicato nel 2009 da
Christopher McDougall, opera che pareva destinata a divenire una sorta di bibbia del runner, non restano altro che bei racconti di leggendari personaggi che hanno ispirato numerosi atleti. Si preannunciava addirittura la svolta del running verso il minimalismo assoluto, ossia la corsa a piedi nudi, profezia poi miseramente infranta, per la delusione di molti “adepti” che di questo modo di correre ne avevano ormai fatto una vera e propria filosofia di vita.

Il minimalismo è divenuto così un fenomeno di nicchia. La maggior parte dei runner prediligono infatti portare ai piedi scarpe dalle suole strutturate ed alte, ben ammortizzate e lontane dalle asperità del terreno. Qualcosa però del barefooting è rimasto. In Italia questo fenomeno ha visto il suo massimo splendore a cavallo fra il 2012 e il 2013, dando vita al movimento del Natural running, vale a dire uno stile di corsa più simile a quello istintivo e naturale dell’essere umano, meno condizionato dagli effetti “correttivi” delle scarpette. Numerose aziende si sono adeguate a questo concept, rendendo le proprie calzature più semplici, meno rigide e molto più flessibili, con un drop più basso (differenza tra l’altezza dell’avampiede e quella del tallone), sino a 8 mm. Una nuova consapevolezza della scarpa da running, dunque. 

A detta degli estimatori di queste calzature, le ragioni per promuoverle sono la minore incidenza di infortuni al ginocchio e una ridotta inclinazione in avanti che causerebbe notevoli problemi posturali. In realtà queste ragioni sono state già confutate da nuovi test scientifici: un recente studio pubblicato su “The American Journal of Sports Medicine” afferma che, al contrario, non esiste una diretta interconnessione fra l’incidenza di infortuni ed il drop di una scarpa. Durante la ricerca un campione composto da 533 runners è stato monitorato per 6 mesi. Tutti avevano scarpe identiche che si differenziavano per un unico fattore: delle intersuole munite di un drop da 10, 6, o 0 millimetri. Il risultato è stato che la maggiore incidenza di infortuni si è verificata nei podisti più attivi che avevano scarpette con drop bassi. Questo perché adattarsi a dei drop bassi è più difficile, pertanto se si vuole sperimentare una corsa con dei differenziali molto ridotti si deve passare per forza attraverso una lunga fase di adattamento nella quale non si deve “forzare” l’andatura. E se tale periodo di rodaggio è necessario con un semplice abbassamento di drop, lo è ancora di più quando si decide di avvicinarsi al mondo del barefooting, anche solo per adeguare la propria corsa e postura alle famose Five Fingers, le scarpe “con le dita” pensate per la corsa naturale.

Ciascun runner può decidere qual è la scarpa più adatta per sé, la più confortevole e performante, indipendentemente dal tipo di filosofia di corsa che ha deciso di abbracciare. In linea di massima occorre sapere che se si hanno problemi alla zona dell’avampiede o dolori alle dita, è preferibile optare per scarpe dal drop basso. Al contrario, se si soffre di disturbi come tendinite achillea o fascite plantare è meglio orientarsi sul tradizionale drop da 12 millimetri.

 

Il team di RunningMania

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