In quanto tempo si arriva a correre al meglio per il proprio organismo?

In quanto tempo si arriva a correre al meglio per il proprio organismo?

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Sono molti i runner amatoriali che si pongono questa domanda: questo perché la maggior parte di loro si approccia al running in età adulta, intorno ai 40 anni o poco meno, spesso per la necessità di iniziare a praticare un po’ di movimento o per tentare di contenere l’insorgenza di più o meno grandi problemi di salute, dall’innalzamento dei valori pressori o di quelli del colesterolo al sovrappeso.

Nei primi periodi di allenamento costante, i miglioramenti sono molto rilevanti, e questo spesso porta il neorunner a voler spingere ancora di più oltre i propri limiti per avanzare ulteriormente: non sempre però questo atteggiamento è benefico, e non tutti gli appassionati di corsa amatoriale migliorano allo stesso modo.

Per capire quale sia il proprio limite, è importante innanzitutto distinguere tra miglioramenti temporanei e fittizi e miglioramenti reali.

Per quanto riguarda i primi, i cambiamenti fittizi nella prestazione dipendono dal fatto che il runner si approccia ad una sua nuova condizione fisica non ottimizzata.

A questo concorrono diversi fattori, primo tra i quali il peso.
Spesso si è convinti di avere un peso forma in base all’altezza, non tenendo conto del fatto che varia con l’età: spesso, con l’avanzare degli anni, le prestazioni sportive peggiorano a dispetto di costanza e potenza dell’allenamento, ma possono essere di nuovo migliorate semplicemente riducendo la propria massa corporea con una dieta ipocalorica controllata. 

Altro fattore importante è quello della frequenza con cui ci si allena: più lentamente si raggiungono le cinque o sei tappe settimanali di corsa, più lentamente si vedranno i miglioramenti.

Allo stesso modo è complicato paragonare le proprie prestazioni con quelle precedenti quando è diversa la lunghezza dell’itinerario percorso: non è infrequente che, mano a mano che ci si allena, si aumenti anche la distanza coperta durante il training.

L’ottimizzazione della corsa, quindi, va preparata e stimolata basandosi su quelli che sono i miglioramenti reali che si raggiungono man mano che si va avanti con l’allenamento.

Tali cambiamenti sono stati individuati con diverse ricerche, a partire da quella condotta da Saltin alla fine degli anni Settanta.
Quello che è emerso è che ci sono quattro effettivi periodi di miglioramento, con diverse ripercussioni sull’organismo del runner.

Il primo, quello delle grandezze rapide, dura circa due mesi e poi si interrompe, una volta raggiunto il training ottimale. Le modifiche migliorano, tra gli altri, il volume del plasma e la frequenza cardiaca.

Secondo periodo, fino a 5 mesi, è quello delle grandezze standard, che coinvolge gittata cardiaca e produzione ed elaborazione di nutrienti, come il glicogeno.

Terzo periodo, detto delle grandezze lente, arriva ad un anno, nel quale migliorano l’ossigenazione del sangue e la circolazione, con la capillarizzazione.

Infine, entro i due anni, si arriva al periodo delle grandezze lentissime: si modificano, oltre alle fibre lente, anche quelle muscolari, e la produzione enzimatica.

In linea di massima, quindi, si raggiunge il top delle proprie capacità in due anni di allenamento: in realtà questo dipende non solo da un training che non subisca mai rallentamenti, cosa che inevitabilmente comporterebbe un peggioramento delle prestazioni, ma anche dall’imprevedibile risposta dell’organismo al tipo di allenamento.
Che alcuni runner raggiungano la situazione ottimale in due anni ed altri magari in dieci, quindi, è assolutamente normale.

Il team di RunningMania

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