L’autovalutazione negli atleti.

L’autovalutazione negli atleti.

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Quando si parla di autovalutazione in un atleta, ci si riferisce al valore che egli dà a se stesso; se il valore oggettivo e quello soggettivo coincidono, ci troviamo di fronte ad un atleta equilibrato in grado di praticare la propria attività sportiva nel modo migliore, in caso contrario potrebbero sorgere dei problemi e degli errori sia negli allenamenti che in gara. Quando un atleta non si autovaluta in maniera corretta, può sottovalutarsi oppure sopravvalutarsi: il primo caso è più frequente fra gli atleti di alto livello, il secondo invece è più comune fra gli amatori.

La sottovalutazione è un fenomeno che si manifesta con una certa frequenza fra gli atleti professionisti e viene definita dagli addetti ai lavori “sindrome del gregario”, la quale porta gli atleti a ritenere che gli avversari siano più forti. Ad innescare la sottovalutazione in genere possono essere diversi fattori: un indole pigra, che porta l’atleta ad avere poca resistenza alla fatica e quindi ad accettare il ruolo di “gregario”, di gran lunga più comodo, oppure una personalità debole, che lo induce ad evitare il confronto con gli atleti più competitivi.

La scarsa ambizione porta un atleta a fissare obiettivi eccessivamente modesti, ma ci sono anche casi in cui la sottovalutazione è influenzata dall’ambiente circostante, ad esempio quando un atleta si allena all’interno di un gruppo nel quale le attenzioni vengono rivolte sempre a qualcun altro. Tutti questi fattori portano un atleta a sottovalutare le sue potenzialità e dunque a non rendere per quanto potrebbe, ottenendo risultati che sono al di sotto delle sue capacità. La sottovalutazione è pericolosa soprattutto fra i ragazzi poiché li porta ad abbandonare l’attività sportiva senza riuscire a dimostrare il loro vero valore.

La sopravvalutazione, come detto, è più diffusa fra gli amatori e può manifestarsi in modi differenti; ad esempio pensando di essere competitivi allo stesso modo su distanze molto diverse e affrontare le varie gare con fin troppa leggerezza. A portare un atleta a commettere l’errore di sopravvalutarsi è una certa ignoranza nell’ambito dei meccanismi fisiologici che riguardano il proprio organismo, ritenendo che basti poco per adattarlo a distanze di corsa molto diverse, che richiedono invece una preparazione scrupolosa.

Inoltre chi è stato capace di far registrare delle buone prestazioni in passato, avrà la tendenza a rimanere “attaccato” a ciò che è stato in grado di fare, ritenendosi sempre in linea con quel livello di prestazioni anche se da tempo non è più in grado di ripeterle. Pure questo è un modo di sopravvalutarsi molto diffuso fra gli amatori, non sempre in grado di valutare le proprie prestazioni in tempo “reale”. Il medesimo discorso vale per i buoni risultati estemporanei, che vengono presi come riferimento da molti amatori nonostante si tratti di eccezioni.

Molto spesso, infatti, una prestazione frutto del caso e di coincidenze favorevoli (a volte frutto anche di errori, vedi distanze di gara non misurate con precisione…) viene considerata come un salto di qualità nelle proprie prestazioni, perdendo di vista il quadro complessivo della situazione, con ripercussioni negative. Gli atleti che trovano il “tempone” in modo casuale si illudono di poterlo ripetere e quindi danno inizio ad allenamenti troppo esigenti per il loro fisico, incrementando così il rischio di infortuni, col risultato controproducente di ottenere addirittura prestazioni inferiori ai propri standard.

Il team di RunningMania

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