Running e stress: ecco l’importanza dell’approccio nell’attività fisica

Running e stress: ecco l’importanza dell’approccio nell’attività fisica

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Quale è il rapporto tra corsa e stress? Come si influenzano a vicenda e quali sono i vantaggi che il running porta a chi soffre di stati ansiogeni?

Da tempo sono diventate di dominio pubblico quelle indagini scientifiche che hanno individuato i meccanismi alla base degli stati a carattere ansiogeno e stabilito, nel mondo dello sport, il rapporto esistente tra lo stress e un’attività fisica quale il running. Tuttavia, come rilevato da esperti in materia di psicologia applicata allo sport, in alcuni casi (seppure rari) la corsa può anche costituire un fattore di stress; in realtà, a contare in queste situazioni non è tanto la disciplina in sé, dato che non esistono controindicazioni evidenti, quanto l’approccio del runner.

Una funzione terapeutica e preventiva
Le indagini condotte negli ultimi anni da importanti atenei hanno avuto il merito di porre l’accento su ciò che già si sapeva (il running riduce i livelli di stress), ma anche di mettere in luce i meccanismi che entrano in gioco. Infatti, bastano due mesi di attività continuativa per ridurre in modo significativo i sintomi dell’ansia: ogni runner che si rispetti sa che, una volta superata la soglia d’ingresso (il primo impatto con la fatica e le fisiologiche difficoltà iniziali), i benefici sono evidenti sia a livello fisico, sia mentale. Insomma, una moderata attività fisica, magari supervisionata da un esperto, costituisce un valido supporto alle terapie tradizionali nei casi più gravi, mentre in quelli più lievi svolge una funzione preventiva.

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Una questione di approccio
Ricollegandoci a quanto detto in precedenza, come è possibile che la corsa possa trasformarsi da terapia in uno dei fattori scatenanti dello stress? In realtà, è bene fare chiarezza: stati di frustrazione e scoramento sono normali, specie quando i risultati tardano ad arrivare o non si riesce a dare il giusto peso alla propria passione, decontestualizzando la performance. Ma in quei casi, più che l’attività fisica in sé, è l’approccio sbagliato a inficiare l’umore e a portare addirittura all’insorgenza di stati ansiosi, aumentando sensibilmente lo stress. A differenza di quanto molti pensano, non c’entra nulla l’azione delle endorfine che, invece, restano delle sostanze chimiche fondamentali per una corretta regolazione degli stati umorali, in quanto veri e propri ”anestetici”.

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Endorfine e… attitudine
Anche se i loro livelli sierici dipendono da fattori soggettivi e variano da atleta ad atleta, il rilascio di endorfine da parte del cervello è strettamente connesso all’attività fisica e aumenta se si innalza la percezione del dolore, provando a contenere quest’ultima. Ecco perché la produzione di endorfine risente particolarmente degli sforzi duri e prolungati, proprio quelli che al termine di un allenamento lasciano una più tangibile sensazione di soddisfazione. Di conseguenza, se si vive la passione per la corsa in modo sereno (vale a dire, senza un eccessivo carico di aspettative ed evitando di trasformare un insuccesso in frustrazione), come una ”valvola di sfogo” per lo stress, l’azione delle stesse endorfine viene duplicata. In conclusione, si tratta di un circolo virtuoso nel quale le motivazioni e gli stimoli chimici si influenzano a vicenda, facendo sì che sia l’attitudine di ciascuno a determinare il modo in cui vengono gestiti gli stati ansiogeni e, in particolar modo, lo stress.

 

Il team di RunningMania

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