La scienza al servizio del running: ecco perché esiste il “muro dei 30 km”

La scienza al servizio del running: ecco perché esiste il “muro dei 30 km”

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Molti maratoneti vanno in crisi al trentesimo chilometro: studiando cosa accade nell’organismo durante la corsa è facile capire il perché.

Qualunque runners che si sia cimentato nella maratona ha sperimentato il “muro dei 30 km”, quella crisi metabolica che determina un repentino crollo delle prestazioni. É stato infatti provato che è quello il momento in cui le gambe cominciano a bruciare e la respirazione diventa affannosa: ma in che modo sopraggiunge la crisi? La scienza viene in aiuto e spiega cosa accade nelle cellule nella “distance running”.

L’importanza dell’ossigeno
Quando si corre, l’organismo ha bisogno di tre cose: energia, ossigeno e acqua. L’apporto energetico viene dagli zuccheri accumulati attraverso le riserve di glicogeno di fegato, muscoli e adipe. Non è un caso che i dietisti consiglino di mangiare della pasta la sera prima di una maratona: però, per utilizzare proficuamente questa riserva, “scomponendo” le molecole di glucosio, le cellule necessitano dell’ossigeno. Nella respirazione aerobica (tipica di corsa e ciclismo) l’ossigeno compensa l’esaurimento delle scorte di glucosio ed è proprio questo lo scopo dell’allenamento: aumentare la quantità di ossigeno incamerabile e migliorare la capacità delle cellule di usarlo.

Il “muro dei 30 km”
Ma cosa accade quanto il corridore è a corto di fiato? Le avvisaglie della fatica insorgono dopo che il corpo ha bruciato tutto il carburante e le cellule cominciano a “scomporre” il glucosio in due sole parti, portando alla formazione dell’acido lattico: questo sottoprodotto del metabolismo non è alla base della fatica muscolare, ma è vero che l’incremento dei livelli di acidità compromette i processi biologici cellulari. Nonostante questo, è possibile correre anche in riserva di glucosio (ed è ciò che accade al fatidico trentesimo chilometro) ma le cellule devono sintetizzare gli acidi grassi per ricavare energia, col rischio che si producano dei chetoni

Reintegrare i liquidi 
In queste situazioni il passo successivo è la disidratazione e l’aumento della fatica: proprio l’acqua (il terzo elemento fondamentale di cui sopra) è basilare per abbassare la temperatura corporea, contrastando le perdite di sudore espulso dal corpo per potersi “raffreddare. La produzione di sudore causa infatti una perdita di sali che vanno reintegrati attraverso delle bevande saline a base di cloruro di sodio e potassio: la scienza spiega anche quanto bisogna bere durante la corsa, dato che è pericoloso assumere più liquidi di quanto se ne trasudi e il rischio è di entrare in iponatriemia (basse concentrazioni di sodio nel sangue), ovvero l’anticamera di un edema cerebrale, ma anche di nausea e crampi.

 

La fatica rende… felici? 
Ecco spiegato perché a quella soglia corrispondente al “muro dei 30 km” molti corridori vanno in crisi. Per contrastare questa evenienza serve un allenamento specifico, meglio se con dei coach esperti di “distance running”, ma la fatica non ha solo un risvolto negativo: c’è anche una gratificazione nel correre la maratona ed è l’euforia che si prova dopo uno sforzo estenuante. Infatti, c’è una correlazione tra l’euforia e gli endocannabinoidi del cervello che sono presenti anche nel THC, ovvero uno dei principi attivi della cannabis: alti livelli di THC stimolano la produzione di dopamina, il neurotrasmettitore che “media” il piacere e il benessere, ed è stato provato che la concentrazione di dopamina è direttamente proporzionale ai chilometri macinati. Insomma, in un certo senso, si può dire che correre renda anche felici.

 

 

Il team di RunningMania

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