Per la prima volta nella storia, una nazionale profughi prenderà parte all’Olimpiade

Per la prima volta nella storia, una nazionale profughi prenderà parte all’Olimpiade

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Le prossime Olimpiadi di Rio ospiteranno per la prima volta una nazionale composta da profughi: non era mai accaduto nella lunga storia della manifestazione a cinque cerchi ed è un segnale dei profondi mutamenti a livello geopolitico che il mondo sta subendo negli ultimi anni. Fino ad oggi eravamo abituati a vedere partecipare alle Olimpiadi atleti di nazioni dai confini ben delineati, mentre a Rio per la prima volta sarà presente un gruppo di atleti che una nazione non ce l’ha più e sono a tutti gli effetti profughi, senza una patria da rendere orgogliosa in caso di conquista di una medaglia.

Il Cio – “Comitato Olimpico Internazionale” – ha deciso che all’Olimpiade brasiliana parteciperà una delegazione di atleti in rappresentanza dei profughi di tutto il mondo, che sono fuggiti dal loro Paese per ragioni politiche oppure per trovare una via di scampo alla fame o alla guerra. La nazionale dei profughi sarà composta da atleti di varie nazionalità e il Cio ha stabilito che, seppur non più rappresentanti del loro Paese, devono comunque avere il diritto di prendere parte ai Giochi Olimpici, anche sotto una bandiera che non è più la loro. Gli atleti che compongono la nazionale dei profughi sono stati selezionati da 43 differenti Paesi.

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La spedizione non è molto nutrita dato che comprende solamente dieci atleti: due nuotatori di nazionalità siriana, 6 runners che provengono da Etiopia e Sud Sudan e due judoka congolesi. Non potendo affidarsi ai loro Paesi per sostenere le spese per la partecipazione alle Olimpiadi, il Comitato Olimpico si è fatto carico di non far mancare nulla agli atleti dal punto di vista economico. Una scelta ben precisa da parte del Cio, che con la sua decisione ha voluto lanciare due messaggi.

Il primo di pace e di integrazione: i Giochi Olimpici e lo sport in generale dovrebbero accogliere tutti e sono più forti anche dei conflitti e delle lacerazioni che insanguinano molti Paesi nel mondo. Di fronte allo sport, non c’è guerra che tenga. Dopo la pace, ci sono i diritti: chiunque dovrebbe avere il diritto di competere nel più importante evento sportivo al mondo, senza che le condizioni politiche o economiche del proprio Paese risultino un ostacolo alla partecipazione di chi ha dimostrato di possedere i requisiti sportivi per essere ammesso.

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L’Olimpiade non è soltanto caccia alle medaglie e ai record, ma anche fratellanza e unione per tutti gli atleti che vi partecipano, che nel corso delle due settimane dei Giochi Olimpici si ritrovano a stretto contatto nel villaggio olimpico, mescolando le loro storie e le loro origini, accomunate dallo sport, che si spera rimanga sempre elemento di unione e non di divisione. La nazionale profughi sarà dunque presente alle Olimpiadi, ma i profughi sono già stati protagonisti prima della cerimonia d’apertura, durante il viaggio della torcia olimpica partita da Atene con destinazione Rio de Janeiro.

Diversi tedofori sono infatti stati costretti ad abbandonare il loro Paese d’origine: ad Atene, il primo tedoforo è stato un siriano che ha perso una gamba a causa di una bomba, mentre l’ultimo, che ha portato la torcia sul suolo brasiliano, è stato un ragazzino di soli 12 anni. Nelle sue parole c’è la semplice spiegazione di cosa sono le Olimpiadi e cosa dovrebbero rappresentare per tutti: un’occasione per stringere amicizia con altre persone e per divertirsi. Il fatto che queste parole giungano da un adolescente che è stato costretto a lasciare il proprio Paese le rende ancora più sagge ed incisive.

Il team di RunningMania

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