Se correre significa gareggiare contro se stessi

Se correre significa gareggiare contro se stessi

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La soddisfazione è il premio in palio in questa competizione astratta, che spinge il runner a dare il meglio di sé e ad oltrepassare i propri limiti. Ne parla nel libro Infinite Jest anche lo scrittore David Foster Wallace.

Chi corre seriamente sa bene che questa disciplina, così come tante altre, comporta tanti ed enormi sacrifici. È una gara contro se stessi, in un certo senso, perché costringe costantemente a superare i propri limiti, fisici e mentali, e a spingersi sempre un po’ più in là rispetto a dove si pensa di poter arrivare. Questo discorso, naturalmente, vale per tutte le discipline sportive, tanto da essere stato affrontato dallo scrittore David Foster Wallace che, nel libro “Infinite Jest”, fa però riferimento al tennis. Parla di opportunità, l’autore. Opportunità di gareggiare nel suo caso, di correre nel nostro. Un concetto profondo e simbolico, quello espresso tra le righe di questo bel volume, che applicato al campo dello sport fa riflettere su come ogni disciplina, se affrontata con lo spirito giusto e con la voglia di distinguersi, provochi nell’atleta una foga positiva e disciplinata che lo spinge a fare sempre di più. 

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Wallace ricorda ai suoi lettori che in ogni gara si lotta contro qualcuno. Nel caso specifico della corsa il nemico da affrontare e battere è il corridore stesso, pronto ad alzare il passo e ad affrontare uno sforzo immane pur di dimostrare di essere in grado di farcela. E ogni volta che portiamo a termine una corsa estrema, un allenamento faticosissimo o una sessione di esercizi particolarmente duri e impegnativi, abbiamo definitivamente sconfitto quella parte di noi stessi che, razionalmente, non vorrebbe spingersi così in là. Quella più paurosa e meno determinata, che nei running convive ed entra quasi sempre in conflitto con uno spirito decisamente più competitivo e combattivo. Quando, invece, la stanchezza fisica è tale da spingerci a rallentare il passo e ad alzare bandiera bianca in segno di resa, la bocca si riempie dell’amaro e insopportabile sapore della sconfitta. Perché se è vero che non stavamo gareggiando ufficialmente sotto gli occhi attenti di un arbitro e di un pubblico, è vero anche che un corridore si allena per un solo motivo: migliorare e testare i propri limiti, limiti che vorrebbe non avere, perché non sopporta l’idea di dover ammettere di aver rifilato una cocente delusione a se stesso.

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La corsa e lo sport in generale, per quanto la metafora possa risultare estrema e inappropriata, sono a loro modo una sorta di suicidio, per dirla con le parole di David Foster Wallace. Un atto di autoviolenza, ma non cruento quanto il togliersi la vita, anzi. Perché per fortuna, dopo la sconfitta, in questo caso si può sempre rimediare e ritentare l’impresa, fino a che non si centra l’obiettivo. È pur sempre un gioco, d’altro canto, e, in quanto tale, si ha la possibilità di provare e riprovare all’infinito. O, quanto meno, sino a quando muscoli e fiato ce ne daranno la possibilità.

 

Il team di RunningMania

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