Quando incide l’aspetto psicologico nella corsa?

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La corsa è un’attività propriamente fisica, nessuno lo potrebbe mai negare. Eppure, come ogni attività che svolgiamo, essa è in profonda simbiosi con una parte più profonda di noi stessi, cioè con l’aspetto psicologico.


La corsa è un’attività primordiale, esiste da quando esiste l’uomo. Nata per semplice necessità -bisogno di fuggire, di salvarsi, di spostarsi velocemente- da mera questione di sopravvivenza oggi è uno sport amatissimo e condiviso. Forse perché rispecchia uno dei gesti più semplici e spontanei del mondo, comune ad ogni popolo.


Anche rompere i propri schemi nella corsa è questione di psicologia e non solo di allenamento fisico. Lo sostiene un gruppo di corridori americani che, dopo aver notato che la corsa per lunghe distanze (oltre 30 km) induceva negli atleti una spossatezza che li costringeva quasi a fermarsi, hanno coniato il termine “to hit the wall” per simboleggiare il fatto di incontrare il proprio limite umano -la stanchezza fisica- e di superarlo. Solo con l’aiuto della mente.


Come se ciò non bastasse, anche il tipo di pensiero aiuta (o viceversa, scoraggia) la corsa, determinandone la qualità.
Infatti si può distinguere fra corridori che si concentrano esclusivamente sulle loro sensazioni fisiche (dolore, stanchezza) e quindi si stancano e si scoraggiano più velocemente. Quelli invece in grado di spostare la loro attenzione verso l’esterno (anche il tifo fa la sua parte) percepirebbero meno fatica e meno stanchezza.
In poche parole, per dirla all’americana, “infrangerebbero il muro”.
Le proprie aspettative e quelle altrui sulla prestazione influiscono poi notevolmente sulla stessa. Come dire: si corre per sé stessi, non per dimostrare qualcosa a qualcuno: altrimenti anche la qualità dell’atto ne risentirà.

Il team di RunningMania

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